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Il principe - Cap.6 - I giorni dell'abitudine


di the_extension
05.03.2026    |    356    |    0 9.2
"" Le sere si fondevano in una routine: Mira portata da Thorne, lui che la scopava guardandomi, io che mi masturbavo fino a venire; poi le guardie su di me, cazzi che entravano e uscivano..."
I giorni si sono susseguiti come un incubo ripetuto, un ciclo crudele che Roderick aveva orchestrato per spezzarci l'anima un pezzo alla volta. Ogni sera, al calare del buio, le guardie scendevano con le torce, portando con loro la donna dai capelli rossi – si chiamava Mira, l'avevo sentito sussurrare da Garrick una volta. Era una ladra, imprigionata per aver rubato pane e monete dal mercato reale, ma Roderick l'aveva trasformata in uno strumento per il suo gioco. La buttavano nella cella di Thorne, nuda e rassegnata, e lui... all'inizio resisteva, come quella prima sera, urlando e lottando contro le catene fino a sanguinare i polsi. Ma mano a mano che i giorni passavano, la sua ribellione svaniva. Al terzo giorno, ha iniziato a toccarla senza bisogno di frustate su di me; al quinto, la scopava con spinte meccaniche, il cazzo che entrava nella sua figa bagnata mentre mi guardava con occhi vuoti, sussurrando "Perdonami" tra un gemito e l'altro.
Mira non parlava mai con noi, ma i suoi occhi raccontavano una storia simile: scopata giornalmente dalle guardie prima di essere portata qui, il suo corpo un premio per la loro lealtà. A volte gemeva forte, le mani aggrappate alle sbarre mentre Thorne la prendeva da dietro, la figa che schioccava contro il suo bacino. "Sì... più forte," diceva lei a volte, come se fosse abituata, e Thorne obbediva, venendo dentro di lei con un grugnito, il seme che colava sulle sue cosce. Io lo guardavo, costretta a masturbarmi come sempre, le dita nella mia figa gonfia, venendo nonostante il dolore nel cuore. "Ti amo," gli dicevo dopo, nel buio, e lui rispondeva lo stesso, ma la sua voce era più debole ogni volta.
Per me, era peggio. Ogni sera, dopo che Thorne iniziava con Mira, le guardie mi circondavano - Garrick, il grasso con la barba, e altri due o tre che si alternavano. Mi buttavano sul pavimento, mi spalancavano le gambe, e mi scopavano in gruppo, uno dopo l'altro, a volte due alla volta. All'inizio resistevo ferocemente: dimenandomi, mordendo, graffiando fino a farmi legare con corde ruvide che mi segnavano la pelle. "Bastardi! Lasciatemi!" urlavo, ma loro ridevano e spingevano più forte, i cazzi duri che mi riempivano la figa e la bocca, venendo dentro di me con getti caldi che colavano ovunque. Roderick guardava sempre, masturbandosi sotto la tunica, il suo seme che schizzava sulle sbarre come un marchio.
Ma col passare dei giorni, la mia ribellione diminuiva. Al quarto giorno, ho smesso di scalciare quando Garrick mi apriva le gambe; al sesto, ho iniziato a muovere i fianchi incontro alle loro spinte, la figa che si bagnava prima ancora che mi toccassero. "Brava puttana," diceva Garrick, infilando il cazzo dentro di me mentre un altro me lo metteva in bocca. "Ora ti piace, eh? Senti come stringi." E io venivo, orgasmi violenti che mi facevano urlare, il corpo che tradiva la mente. Accettavo la condizione, non per scelta, ma perché resistere era inutile – il dolore si mescolava al piacere in un turbine che mi lasciava esausta e vuota.
Roderick si assicurava che non rimanessi incinta, nonostante tutto quel seme che mi riempiva ogni sera. Ogni mattina, una guardia mi portava una pozione amara, un intruglio di erbe bollite – ruta e menta poleggio, mescolate con altre piante che Roderick aveva ordinato dall'erborista del castello. "Bevi, troia," diceva la guardia, tenendomi la testa mentre ingoiavo il liquido verde e acre. "Il principe non vuole bastardi da te... non ancora." Le erbe agivano come un veleno gentile: inducevano crampi e sanguinamenti leggeri ogni pochi giorni, lavando via qualsiasi seme che potesse attecchire. Era un metodo antico, usato dalle levatrici per le donne che non potevano permettersi un altro figlio, o per le cortigiane del re. Non falliva mai, anche se mi lasciava debole e nauseata per ore, il ventre che bruciava come se fosse in fiamme.
Thorne lo sapeva, lo vedeva dai miei occhi arrossati dopo ogni dose. "Ti stanno avvelenando," sussurrava nel buio, dopo che le guardie se n'erano andate. "Resisti, amore mio. Troveremo un modo."
Ma io scuotevo la testa, rannicchiata nel mio angolo, il corpo ancora pulsante dagli orgasmi forzati. "È troppo tardi, Thorne. Sto... cambiando." E lui, dopo aver scopato Mira con sempre meno riluttanza – al settimo giorno la leccava persino la figa prima di penetrarla, la lingua che sfregava il clitoride mentre lei gemeva – annuiva piano. "Anch'io," ammetteva. "Ma ti amo lo stesso."
Le sere si fondevano in una routine: Mira portata da Thorne, lui che la scopava guardandomi, io che mi masturbavo fino a venire; poi le guardie su di me, cazzi che entravano e uscivano dalla mia figa, dalla bocca, a volte dal culo se Roderick era di umore cattivo. "Prendilo tutto," ordinavano, e io obbedivo, gemendo "Sì... cazzo, sì..." senza più lacrime. Roderick commentava sempre: "Vedete? L'amore vero resiste a tutto... o si trasforma in qualcos'altro." E rideva, venendo sulle sbarre.
Al decimo giorno, la ribellione era un ricordo lontano. Thorne scopava Mira con passione simulata, il cazzo che la riempiva mentre le sussurrava cose sporche: "La tua figa è calda... stringimi." Io guardavo, eccitata nonostante tutto, e quando le guardie arrivavano, spalancavo le gambe da sola. "Scopatemi," dicevo piano, accettando i loro cazzi, venendo forte mentre Thorne finiva con Mira. L'amore era ancora lì, un filo sottile nel caos, ma l'abitudine aveva preso il sopravvento.

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